Innesti/Romanzo “giallo”: intervento di Marco G. Dibenedetto

 

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INNESTI – PICCOLI INTERVENTI DI GIARDINAGGIO VISIVO” è una rubrica, a cadenza variabile, che propone conversazioni “germogliate” sulla fotografia e sviluppate con persone e professionisti che operano in settori differenti.
Per l’innesto di oggi, ho coinvolto Marco G. Dibenedetto, scrittore torinese del collettivo ToriNoir e autore di una fortunata serie di romanzi che hanno come protagonista l’ispettore Rubatto.

Marco G. Dibenedetto
Marco G. Dibenedetto

Marco, benvenuto in giardino! Sono un’appassionata lettrice di noir e “gialli” ed è da tempo che rifletto sulla loro connessione con la fotografia…

Ciao Laura e grazie per avermi invitato nel tuo giardino. Per prima cosa vorrei farti i complimenti per la rubrica che hai ideato e, soprattutto, per il titolo che hai scelto.
Innesti, un termine evocativo e pieno di significati. Prima di iniziare la nostra conversazione, vorrei spiegarti perché, quando mi hai parlato del tuo progetto, sono stato entusiasta di poterne fare parte.
Secondo alcuni psicologi e sociologi, l’uomo non ha mai inventato nulla, nel senso che non ha mai creato qualcosa dal niente, ma ha avuto l’enorme capacità e la grande inventiva di mettere insieme due concetti, due cose, due oggetti, due…ecc… che apparentemente non erano in relazione tra loro. Ed è solo grazie a questa operazione di “azzardo ideativo” che l’essere umano ha costruito e ha scoperto cose, idee, filosofie, oggetti nuovi e utili per la propria evoluzione.
Ecco! Appena ho letto il titolo della tua rubrica, mi è venuta in mente la definizione agronomica di innesto: un portainnesto e un nesto che si fondono insieme, una parte basica che si fonda con una parte aerea per dare vita a una pianta nuova e diversa da quelle di provenienza.
Perfetto! Trasliamo questo concetto all’arte: cosa c’è di più meraviglioso di “creare”, di innestare? Penso che non ci sia nulla di più bello e affascinante.
Allora, perché fare foto? Perché scrivere?
La risposta è ovvia!

Mi pare che questo intervento cominci sotto i migliori auspici…
Partiamo da Torino, dunque, città che ha visto nascere il gruppo ToriNoir, di cui fai parte, insieme con altri undici giallisti piemontesi.
Il capoluogo piemontese ha uno stretto legame tanto con romanzo giallo – basti pensare alla coppia Fruttero & Lucentini, per citare un esempio storicizzato, ma che ha fatto storia –  quanto con la fotografia, prima e il cinema, poi. È a Torino, precisamente alla Galleria d’Arte Moderna, che si conserva, come sosteneva Marina Miraglia, «il più precoce esempio datato e letterariamente noto della dagherrotipia italiana giunto fino a noi», ovvero un’immagine della Gran Madre di Dio realizzata l’8 ottobre 1839, data che segue di pochi mesi la presentazione “al mondo” del procedimento messo a punto in Francia da Daguerre.
Nel mio giardino virtuale, tu sei graditissimo ospite nel ruolo di scrittore noir, ma non posso cominciare senza chiederti qual è invece il tuo rapporto con la fotografia e se in qualche modo tale rapporto è stato influenzato da una città con una così lunga tradizione in fatto di arti visive.

Io non so fare foto, se non con il telefonino… ahahah!

Infondo questa dichiarazione è un ossimoro. I telefoni cellulari sono dotati di una fotocamera: quindi, se sai fare buone fotografie con quegli apparecchi…

Lasciando perdere le battute, io per la fotografia ho un’altissima considerazione e credo che essa rientri a pieno titolo nel concetto più elevato di arte.
Il fotografo ha una responsabilità enorme, e mi spiego meglio: una foto è un particolare della realtà e non può essere che così. Anche un panorama è un particolare se lo consideriamo in relazione a qualcosa di più grande. E qui che interviene il concetto di fare Arte: cogliere qualcosa che non si è abituati a vedere; cogliere un particolare che non si nota per abitudine o per distrazione; un istante che altrimenti si perderebbe; una prospettiva differente dalla propria; una relazione fra elementi che non siamo stati educati a notare; cogliere ciò che manca all’interno di quel particolare.

Cogliere, che è, fra l’altro, un’azione correlata all’idea di un giardino. Mi piace sottolinearlo…

Sì, quello è il compito (e la responsabilità) che attribuisco al fotografo, oltre a carpire e innestare una luce dove prima c’era il buio.

Veniamo ora a quei giallisti che, oltre ad apprezzarla, hanno conferito dignità letteraria alla fotografia. Cito un esempio che amo molto: George Simenon e le indagini del Commissario Maigret. Le fotografie, per Simenon, raramente – o forse mai, vado a memoria – intervengono in qualità di elementi decisivi nella soluzione di un caso. Sono piuttosto oggetti che connotano ambienti e abitazioni, restituendo il carattere malinconico o dolente degli straordinari personaggi che li abitano.
Anche nel tuo romanzo Monkey Gland (2015, edizioni Golem) c’è un passo che colloca la fotografia in un’ottica più intimista. Vorrei che tu lo riportassi per intero.

Ora era lì, in un vero studio di fotografia con un autentico diploma appeso alla parete alle sue spalle e una fotocamera nel primo cassetto a destra della sua scrivania. Aprì il tiretto e osservò quello strano aggeggio. Adorava fotografare, era come se la semplice contrazione dei muscoli dell’indice di una mano rendesse immortale un momento che altrimenti sarebbe svanito e perso per sempre. Fotografare non era come scrivere o dipingere, dove dal nulla potevi creare un mondo secondo i tuoi desideri e i tuoi capricci. No! Fotografare era cogliere, estrapolare, rubare e catturare ciò che c’era già, ma che per distrazione o per pigrizia poteva non essere visto. Il fotografo ti faceva vedere il mondo con altri occhi, non alterandone il significato ma offrendoti solamente, ed era questo che l’affascinava, un differente buco nel muro attraverso il quale poter vedere.
Inoltre, c’erano fotografie che le erano rimaste in mente e che l’avevano fatta crescere. Una in particolare non si stancava mai di guardare, l’aveva scattata Bruce Chatwin durante un suo viaggio in Cile. Anna aveva cercato una sua riproduzione, ma non l’aveva trovata. Sembrava che a nessuno piacesse quella foto poco conosciuta. Ne aveva fatto fare una copia scaricando l’immagine dal web, e l’aveva appesa davanti al tavolo dove era solita mangiare. Al centro c’era il relitto di una nave arenato sul bagnasciuga di Punta Arenas, era come se dalla sabbia nascesse la chiglia con le relative costole: alcune rotte, altre solo accennate. La ruota di prua era ancora integra e sembrava indicare qualcosa da raggiungere. Quell’immagine era secca, nuda e cruda. Per lei, infatti, le foto non avevano nessun significato recondito, raccontavano un pezzo di realtà e la vita era fatta da tanti piccoli pezzettini. E quel frammento narrava la fine e la stanchezza dopo un lungo viaggio. L’abbandono dalle cose terrene per mischiarsi, come avrebbe fatto il legno dello scafo con la rena della spiaggia, con l’universo intorno a sé.

Grazie…
Ritorniamo sulla città e su ToriNoir, ma ampliamo il ragionamento, sconfinando dal capoluogo piemontese. Sul sito che ne divulga le attività, www.torinoir.it, si legge: «Per la prima volta un gruppo di scrittori torinesi si unisce per tentare un inedito esperimento culturale e narrativo: raccontare i cambiamenti della propria città attraverso il romanzo giallo-noir. Infatti, come sostiene lo scrittore inglese Jake Arnott, «Il noir riflette la società come se fosse uno specchio rotto. Riflette a pezzi. Mostra la società attraverso frammenti. Perché è l’unico modo in cui si può descrivere la società. La società non è una fotografia, è molte cose diverse insieme».
Secondo Arnott, quindi, «la società non è una fotografia», ma, rincalzo io, se il giallo «riflette a pezzi» e svela la contemporaneità «attraverso frammenti», infondo è più affine filologicamente alla fotografia di quanto non si possa pensare…

Io aggiungerei: la società non è una fotografia, ma la fotografia può rappresentare la realtà nelle sue molteplici sfaccettature! Ogni volta che rifletto su questa affermazione, mi sembra sempre più veritiera. La società non è solo quello che si vede, nasconde altro e come in una foto, al di là di quello che ritrae e di quello che rappresenta, contiene qualcosa che non è immediatamente distinguibile.
Ma chi seleziona cosa far vedere? Chi decreta cosa mettere in primo piano e cosa sullo sfondo? Chi sceglie cosa far entrare nella foto e cosa lasciare fuori campo?
La risposta può essere semplice, quanto complessa: non è unicamente il fotografo che decide, alcune volte è colui che osserva l’immagine a mettere in atto questa articolata operazione, proiettando sull’immagine il suo mondo interno. Una dinamica semplice, evidenziata dal conosciutissimo motto: ognuno vede ciò che vuol vedere.

Già. Al fuori campo fotografico, ovvero alla porzione di realtà esclusa dai margini di un’inquadratura e quindi perduta per sempre, sovente si deve sottrarre un fuori campo “temporaneo” determinato dallo sguardo dello spettatore, il quale, selezionando porzioni di una stessa immagine, di fatto prolunga e accentua il processo di taglio spaziale avviato dal fotografo. 
Il fruitore non è – quasi – mai passivo…

È in questo senso che io sento e percepisco il giallo-noir in stretto contatto con la fotografia. Lo scrittore e il fotografo operano forzatamente una scelta a priori, decidono anticipatamente su cosa e in che modo indirizzare l’attenzione del lettore o l’osservatore.
Il giallista, in particolare, deve avere la capacità di sviare il lettore, ma non troppo, dagli indizi principali ed essere in grado di collegare con un filo continuo e chiaro tutti i pezzi fotografici che conducono all’epilogo della storia. Deve avere la capacità di nascondere e poi svelare il mistero che permea l’intera indagine poliziesca.
Il romanzo noir, infatti, va al di là delle apparenze, scava sotto la superficie per accendere una luce sui diversi pezzetti dell’animo umano. Crea collegamenti dove prima non c’erano, mette in primo piano ciò che era sullo sfondo. Forse per questo io considero la fotografia come arte nel momento in cui essa sa connettersi con qualcosa che non si vede e che rimanda a un mondo altro.
Il fotografo gioca con il chiaro e lo scuro, i colori, la luce e indirizza lo spettatore verso il significato che vuole comunicare, senza mai dimenticare, però, che la foto (come il libro per lo scrittore), una volta resa pubblica non gli appartiene più.
Diventa degli altri e gli altri ne possono usufruire come meglio credono.

Rispettando almeno il copyright, però, concedimi la battuta!
Proseguiamo: Yves Bonnefoy, nel suo acutissimo Poesia e fotografia, cita ampiamente Edgar Allan Poe, ritenuto l’”inventore” del moderno investigatore. Bonnefoy sostiene che lo scrittore statunitense, introducendo nei suoi racconti un’attitudine “fotografica” alla rilevazione di indizi, di fatto inaugura «quel genere letterario destinato a un grande avvenire, l’inchiesta del detective».
Veniamo all’ispettore Rubatto, il personaggio che hai creato: quanto di fotografico c’è nello sguardo che egli pone sulla realtà o nelle sue deduzioni?

Il mio ispettore Rubatto non ama servirsi degli strumenti tecnologici e preferisce contare solo sulle proprie capacità intellettive e su quelle dei suoi collaboratori, il sovrintendente Stafano e l’agente Aceto.
Rubatto, nelle sue indagini, non pretende nessuna fotografia come prova e non va su Internet alla ricerca di informazioni, a differenza dei suoi fidati aiutanti. Lui accende il computer solo per giocare al “solitario” e non annoiarsi.
Ma la tua domanda ha colto nel segno. Rubatto ha uno sguardo fotografico e – di conseguenza – una memoria fotografica. Si ricorda di tutto e nota ogni più piccolo particolare. È un poliziotto vecchia maniera. La sua incompatibilità con la tecnologia, tuttavia, non deriva tanto da una formazione di stampo tradizionale, quanto dalla sua particolare filosofia di vita, che lo porta a essere un autentico “fancazzista” per pigrizia e svogliatezza. È stanco, è un uomo che segue la corrente, che si fa trasportate dagli eventi riuscendo comunque e sempre ad arrivare al colpevole e al suo arresto. Beve litri di vino bianco e fuma di continuo. Dorme in centrale durante le ore di lavoro e odia gli stacanovisti. È un purista dell’indagine: non utilizza strumenti altri che non siano i suoi cinque sensi.

Inquadriamo un altro personaggio dei tuoi libri. Giulio, fotografo della “Scientifica”: il suo stomaco debole, gli è valso il soprannome di “vomito facile”.
La storia della fotografia è intrisa di immagini post mortem, spesso particolarmente crude. Dalle raccolte ottocentesche di matrice vittoriana alle immagini di reportage o alle sperimentazioni più contemporanee, l'”estetica del cadavere” o – al contrario – il suo aspetto puramente repulsivo, sono stati ampiamente trattati nel dibattito storico critico legato all’immagine fotografica. Cito, fra i tanti che se ne sono occupati, gli studi di Ando Gilardi dedicati alla fotografia giudiziaria, noti per la loro acutezza e completezza.
E pure, saltando di palo in frasca, mi viene in mente la famosissima scena del carabiniere che sviene in aula durante la proiezione delle immagini nel processo al “mostro di Firenze”.
Ecco, a questo proposito, mi interessano molto l’atteggiamento del tuo personaggio e – ovviamente – le ragioni che ti hanno spinto a tratteggiarne la sua fragilità…

Perché ho creato un personaggio così per un mio romanzo? Perché scegliere un fotografo della “Scientifica” che vomita alla vista del sangue? Non so bene cosa risponderti, però credo che alcune volte ci si accorga del perché si fa una cosa solo dopo averla fatta.
Ritornando a quasi due anni fa, il periodo in cui scrissi Monkey Gland, ricordo molto bene il momento in cui inserii Giulio/ “vomito facile” all’interno della trama. Avevo pensato per parecchi giorni a come descrivere il personaggio del fotografo. Nell’immaginario collettivo, chi si occupa di delitti atroci è visto come un individuo caratterizzato da un forte “pelo sullo stomaco” e dalla capacità di non farsi coinvolgere troppo dalla e nella scena del crimine. È uno che rimane impassibile e freddo, che sa mettere un filtro tra sé e il mondo esterno. Per la precisione, è uno che non deve farsi toccare dalla violenza altrui. Così, a un certo punto, mi son chiesto: e quando costui termina il lavoro e ritorna a casa? L’immagine e l’odore del corpo della vittima, il rumore-silenzio del luogo dove è stato commesso il crimine che fine fanno? In quale anfratto del cuore e della mente si nascondono tutte le sensazioni? È davvero possibile non farsi toccare?
Come volontario psicologo, per diverso tempo, ho svolto un servizio di supporto (all’interno del servizio SPES – Servizio Psicologiche Emergenze Sociali) in collaborazione con il 118 di Torino. Sono stati anni di formazione molto intensi e una delle tantissime cose che ho imparato è che non è possibile restare estranei a certi “scenari”. Alcuni particolari ti entrano dentro e non se ne vanno più. Farsi contagiare dal mondo esterno è però una dinamica importante, poiché stimola l’empatia e aiuta a sviluppare la capacità umana della pietà e compassione, capacità intesa nel suo più profondo significato, quello della comprensione e della condivisione del dolore altrui.
E tutto ciò cosa c’entra con “vomito facile”?
C’entra, perché solo da piccolo mi piacevano gli eroi senza macchia e senza paura.
Tutti i miei personaggi hanno sempre un lato umano debole e fragile, non sono mai forti e puri. E, ironizzando sulla caratterizzazione di Giulio, cosa c’è di meglio di un conato di vomito per un fotografo della “Scientifica”?

Per la loro larga diffusione, fotografia e romanzo giallo sono inoltre legati, a mio parere, da una sorte comune. Quella di esser stati ed esser tutt’ora in parte considerati come espressioni di livello “inferiore” rispetto ad altre forme d’arte o di scrittura. Vi è ancora chi associa la popolarità con la superficialità, non cogliendone invece i risvolti culturali, concettuali e contemporanei. Chi si occupa seriamente di immagini lo sa bene e fa la sua parte, sdoganando – ove necessario – anche l’aspetto più comune e condiviso della fotografia.
Come si concretizza, in tal senso, l’impegno tuo e del collettivo ToriNoir nel conferire la giusta importanza alla letteratura gialla?

Il giallo-noir è stato, per molto tempo, visto come un genere di serie B e solo negli ultimi anni ha riacquistato il valore che merita. Non so bene cosa sia cambiato nella società e nella cultura, però so che il poliziesco è un genere completo: vi si può inserire qualsiasi cosa, qualsiasi sfumatura di emozione e quindi di vita. Chi di voi ha letto un noir, non può non aver notato che esso racconta anche storie di umanità, di gioia, di sofferenza, di felicità, di noia, di rabbia, ecc… Nella sua trama entra tutto, anzi, deve entrare tutto.
Per quanto mi riguarda, scrivo polizieschi perché li ho sempre amati e ho imparato moltissimo dalle storie a cui mi sono avvicinato. Ci sono stati anni in cui leggevo solo quelli e per me erano linfa vitale.
Il collettivo ToriNoir nasce nel 2014, dall’idea del presidente-giornalista-scrittore Giorgio Ballario di costruire un gruppo di giallisti accomunati dalla volontà di narrare Torino attraverso le loro opere. E così è stato. Ognuno di noi descrive la sua città e ne dà una versione che apparentemente potrebbe sembrare diversa. Uso il termine “apparentemente” di proposito, poiché, se si leggono i nostri romanzi con più attenzione, ci si accorge essi che dipingono un’unica Torino osservata però da angoli e prospettive differenti. Quello che ne viene fuori, oltre alla amicizia e alle cene che ci legano, è la fotografia di una città sfaccettata e con molteplici significati. Ogni piccolo pezzettino deve essere collegato agli altri, solo così si può avere una prospettiva più o meno reale di un luogo e delle persone che vivono in esso.
Il progetto ToriNoir è piaciuto molto. In un periodo dove ci si disgrega, ci si separa e si costruiscono confini, noi, nel nostro piccolo, ci siamo uniti per lavorare insieme senza invidie e senza puerili rivalità. Abbiamo fatto molto in questi due anni: tre agende letterarie MemoNoir e due antologie di racconti (La morte non va in vacanza, ed. Golem 2015; Porta Palazzo in noir, ed. Capricorno 2016) e tutte le volte ci siamo divertiti a scambiarci opinioni e critiche…anche sul vino che abbiamo bevuto!
Fruttero e Lucentini, grandissimi e bravissimi scrittori, sono stati per molti anni i rappresentanti del giallo torinese, ma dobbiamo renderci conto che la città e la mentalità che hanno descritto nelle loro storie sono passate, non ci sono più. Oggi ci siamo noi, nuovi autori che provano a dire la loro e che tentano di farsi notare in un mondo che corre veloce e che non aspetta.
Il pensiero di ToriNoir è pubblicato sul nostro sito e riassunto una sorta di “decalogo che vi consiglio di leggere e su cui vi invito a riflettere.
Ma una domanda sorge spontanea: chi decide qual è un libro di serie B e quale non lo è? Forse dobbiamo essere noi, lettori, a prenderci questo potere e questa responsabilità non seguendo le mode lanciate dalle grandi catene di distribuzione, ma andando nelle rivendite indipendenti, dove il libraio non è un mero commesso che ha come fine solo quello di trarre profitto. Il vero LIBRAIO è un lettore come te.
Ho girato moltissimi posti in questi ultimi anni per fare presentazioni e vi porto un esempio tra tutti (non me ne vogliano male gli altri che non cito): la libreria “Paravia” di Torino, gestita da due giovani sorelle, Nadia e Sonia, e da due collaboratrici, Laura e Silvia. Una équipe tutta al femminile. Non sono qui per sponsorizzare nessuno né per fare elogi. Però andate a fare un giro e vi accorgerete che davvero essere librai/ie non significa solo vendere.
Un ragionamento che non fa una grinza e che potrebbe tranquillamente adattarsi a certi galleristi e promotori dell’arte.  Molti lettori convergeranno con te su questo punto.

È arrivato il momento di salutarci. Permettimi di farlo esprimendo una curiosità: quale, fra i tuoi romanzi, si presterebbe meglio a esser tradotto in un racconto per immagini e perché?

A questa domanda non rispondo, ma ne rivolgo io una a te: perché non facciamo nascere un progetto da un progetto? Cara Laura, ti lancio una sfida: sarebbe carino e interessante organizzare una mostra fotografica, ovviamente curata da te, che abbia come soggetto la trama di un libro giallo-noir, ovviamente scritto da me!
Sfida accettata?

Io accetto subito e rilancio la tua proposta a chi ci legge, ti legge e fa fotografia. Sarebbe molto stimolante!
Doppio grazie quindi, Marco. Per aver lavorato in giardino con me a un nuovo innesto e per aver optato per un “finale aperto”.
Davvero potrebbe germogliare qualcosa…

Il nuovo romanzo di Marco G. Dibenedetto (ed. Golem)
La copertina del nuovo romanzo di Marco G. Dibenedetto

Per conoscere meglio Marco G. Dibenedetto e l’ispettore Rubatto, ecco un’essenziale bio/bibliografia:
Marco G. Dibenedetto svolge attività di libero professionista come psicoterapeuta e insegna in una scuola media superiore. Vive e lavora a Torino.
Dal 2012 a oggi ha pubblicato: E.N.D., forse qualcuno è già morto…, ed. Kilometrozero, 2012 (ristampato per Golem ed. 2016); Che idiota!, ed. Kilometrozero, 2012; Il mare odia gli spigoli, ed. Golem 2014; Monkey Gland, ed. Golem 2015; Una calda estate gialla, ed. Golem 2016 (con altri autori); I dubbi di Rubatto, ed. Golem 2016.

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