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	<title>lauramanione.it &#187; Stiiegltz</title>
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	<description>progetti di cultura fotografica</description>
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		<title>E arrivaron gli ambasciatori</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2016 09:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[laura.manione@gmail.com]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molto è stato scritto su Gli ambasciatori di Francesco I alla corte di Enrico VIII, dipinto firmato da Hans Holbain il Giovane nel 1533 e custodito oggi dalla National Gallery di Londra. Tra coloro che si sono spesi per darne una lettura puntuale, spicca Michel Butor, il quale, nei suoi Saggi sulla pittura, libro che &#8230; <a href="https://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/2016/03/29/e-arrivaron-gli-ambasciatori/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">E arrivaron gli ambasciatori</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_189" style="width: 604px;" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/wp-content/uploads/2016/03/hans-holbein-il-giovane-gli-ambasciatori-francesi-1533-national-gallery-londra1.jpg"><img class="wp-image-189" src="http://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/wp-content/uploads/2016/03/hans-holbein-il-giovane-gli-ambasciatori-francesi-1533-national-gallery-londra1.jpg" alt="hans-holbein-il-giovane-gli-ambasciatori-francesi-1533-national-gallery-londra1" width="604" height="594" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Hans Holbain il Giovane, &#8220;Gli ambasciatori di Francesco I alla corte di Enrico VIII&#8221;, 1533</figcaption></figure>
<p>Molto è stato scritto su <em>Gli ambasciatori di Francesco I alla corte di Enrico VIII</em>, dipinto firmato da Hans Holbain il Giovane nel 1533 e custodito oggi dalla National Gallery di Londra. Tra coloro che si sono spesi per darne una lettura puntuale, spicca Michel Butor, il quale, nei suoi <em>Saggi sulla pittura</em>, libro che consiglio vivamente, fornisce un’analisi impeccabile dell’opera.<br />
Non solo Butor, personaggio assai sfaccettato, ma tutti gli storici dell’Arte concordano nel ritenere che i due ambasciatori siano la raffigurazione del potere temporale e del potere spirituale e che i ripiani dello scaffale presso cui posano, rappresentino, differenziandoli e unendoli al contempo, il Cielo e la Terra.<br />
A noi, qui, non interessano le vicende dei due delegati, ma alcuni degli strumenti inseriti nel quadro sulla mensola superiore e sul pavimento, ovvero gli apparecchi astronomici utilizzati per individuare la posizione dei corpi celesti e il teschio realizzato con la tecnica dell’anamorfosi, tecnica che produce un’immagine fortemente distorta, la cui forma si rivela intelligibile solo se osservata da una particolare angolazione.<br />
Gli apparecchi per guardare <em>oltre</em>, così come l’anamorfosi, spesso inclusa fra le suggestioni del precinema, erano fortemente presenti già nel Cinquecento e – attraverso i tre secoli successivi &#8211; ci conducono dritti alla fotocamera, salutata, fin dalla sua messa a punto, come una protesi in grado di dilatare le possibilità fisiologiche della vista umana, vestendo di visioni strabilianti il nostro povero occhio nudo.<br />
Spazi siderali o microrganismi impercettibili, insomma l’invisibile declinato nelle sue forme più variegate: tutto poteva essere sondato, rivelato o millantato con la nuova tecnologia. Un’antica tensione diventava finalmente realtà.<br />
Non è un caso che le contraddizioni scaturite fin dalle origini della fotografia da un’inedita e irresistibile frenesia dello sguardo, contagiassero anche uomini interessati più alla scienza che alla trascendenza.<br />
A tale proposito, mi piace ricordare un piemontese, il poliedrico casalese Francesco Negri, il quale, nel 1885 circa, ottenne una preziosissima <em>Fotomicrografia del Bacillo di Koch</em>, ma, quindici anni prima, non rinunciò a rappresentarsi in un <em>Doppio autoritratto spiritista</em>: un <em>divertissement</em> che già metteva in discussione l’eccessiva credibilità conferita all’immagine fotografica.</p>
<figure id="attachment_192" style="width: 604px;" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/wp-content/uploads/2016/03/BC003-negri1.jpg"><img class="wp-image-192 size-large" src="http://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/wp-content/uploads/2016/03/BC003-negri1-742x1024.jpg" alt="BC003-negri" width="604" height="834" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Francesco Negri, &#8220;Doppio autoritratto spiritista&#8221;, 1870 circa</figcaption></figure>
<p>Cielo e Terra, corpo e spirito, verità e menzogna. E una sola protesi. Protesi che produrrà un numero infinito di fotografie in grado di trasportarci dall’Ottocento fino ai giorni nostri. Citerò pochi esempi, i miei preferiti, forse chiarificatori, certo opinabili e non esaustivi:<em> La Luna</em> di Rutherfurd (1865), <em>Giove e Saturno</em> di Prosper e Paul Henri (1887), <em>Raggi X del corpo umano</em> di Zhender (1896), i tagli innaturali degli <em>Equivalenti</em> di Stieglitz (1923-1931) e dell’<em>Onda verticale</em> di Minor White (1947), i mari “immobili” dei <em>Seascape</em> di Sugimoto (a partire dal 1980), le <em>Costellazion</em>i di Fontcuberta (1993), in realtà moscerini spiaccicati sul parabrezza della sua auto, o, sempre dell’autore spagnolo, gli <em>Emogramm</em>i (1998), ovvero piccole gocce di sangue prelevate dagli spettatori che, drasticamente ingrandite, assumono forme poetiche e simboliche.</p>
<figure id="attachment_193" style="width: 604px;" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/wp-content/uploads/2016/03/WK0401.jpg"><img class="wp-image-193 size-large" src="http://www.lauramanione.it/wordpress_it_IT_4_2_2/wp-content/uploads/2016/03/WK0401-756x1024.jpg" alt="WK040" width="604" height="818" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Joan Fontcuberta, &#8220;Emogramma&#8221;, 1998</figcaption></figure>
<p>E a questo personalissimo elenco aggiungerei pure l’intero lavoro di John Hilliard che sulla fotografia e sulla fotocamera intesa come strumento protesico e illusorio, continua a riflettere e impartire buoni insegnamenti.<br />
Tanta è la strada percorsa nella storia della visione, ma qual è la meta finale?<br />
Mi piace pensare che la risposta si trovi proprio nel quadro di Holbein. Che, non dimentichiamolo, è un ritratto: gli oggetti che circondano gli ambasciatori compaiono per raccontare realisticamente e metaforicamente la loro storia. E lo stesso vale per noi.  Per quanto dispositivi, protesi, suggestioni ci portino lontano, alle soglie dell’impensabile, il vero scopo delle nostre ricerche è e resterà sempre quello di dare un senso alla nostra esistenza.</p>
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